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Pasqua radicale e libertà condizionale

9 aprile 2012

Mentre l’Italia buona e cattolica macellava un milione di agnelli per festeggiare la resurrezione di Cristo e si apprestava al pranzo di Pasqua, ma solo dopo aver portato la solita croce in spalla fino al giorno prima, una fila indiana di Radicali si snodava lungo le pareti del carcere di Regina Coeli per raggiungere piazza san Pietro in tempo per il cosiddetto Angelus e manifestare così, ancora una volta, per i diritti di carcerati e “carcerieri”, di guardie e di ladri. “Sarebbe stato” almeno bizzarro vedere il papa affacciato al suo balcone e là sotto, mischiati alla sterminata folla di fedeli, quei pochi eretici che invocano diritti civili per tutti, ma proprio tutti, portando in spalla la croce di altri poveri Cristi che nessuno vuole addossarsi. “Sarebbe stato” un Angelus imperdibile, di confronto tra l’alto dei cieli e il terreno più terreno, tra l’opulenza e l’umiltà, tra il potere della Chiesa e la forza della laicità. “Sarebbe stato”, appunto. Perché l’arrivo dei Radicali in piazza san Pietro è stato impedito, vietato. E non – come si potrebbe pensare – dallo Stato vaticano, bensì dallo stesso Stato italiano in una, non altrimenti spiegabile, genuflessione preventiva. “Sarebbe stato”: il condizionale è d’obbligo in questo Paese. Come dovrebbe esserlo la libertà. Che invece è condizionale. Condizionata.

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