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Paradosso di morte

21 giugno 2017

carcereSe ogni settimana un radicale, come ha fatto Marco Cappato, accompagnasse in Svizzera un malato grave che ha deciso di interrompere le proprie sofferenze, il fatto scandalizzerebbe numerose persone e farebbe presto notizia. Se, come invece accade, mediamente ogni settimana un detenuto decide di suicidarsi in carcere, può farlo senza destare troppo scalpore, tranne appunto tra le file (rade) dei Radicali. I quali denunciano, avanzano proposte di riforma e arrivano persino a digiunare per settimane, come Rita Bernardini, in nome di una giustizia giusta anche nei confronti dei peggiori criminali e di una carcerazione che rispetti le regole dettate dalla nostra Costituzione. Dunque è uno strano Paese, il nostro, dove si fa così tanta fatica a varare una legge sull’eutanasia, ma non si mostra alcun interesse o sentimento nei confronti di un disgraziato che si uccide in cella: dall’inizio di quest’anno sono stati già ventitré i reclusi suicidi; un migliaio dall’inizio del nuovo millennio. Non importa quasi a nessuno e non ci si rende neanche conto di un paradosso assurdo, quanto incivile. I detenuti sono privati di molte libertà, tranne una, che non viene prevenuta né sufficientemente ostacolata: quella di togliersi la vita.

© Paolo Izzo

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