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Il rovescio della medaglia

copertina_il_maratoneta_imgL’associazione “Luca Coscioni” ha ideato “No Barriere”, una app con cui si può segnalare con una foto e una descrizione la presenza di barriere architettoniche nella propria città. L’ostacolo per disabili compare su una mappa e la segnalazione arriva alla associazione radicale, che si attiva per abbatterla insieme al cittadino, cui fornirà una lettera da inviare al proprio sindaco. L’idea bella e importante viene raccolta solo da “Avvenire”, uno dei più ferventi avversari politici delle iniziative dell’associazione. Il quotidiano dei vescovi infatti chiosa la notizia con «Quelle per la vita sono sempre buone battaglie» sottintendendo altre lotte radicali, come quella per eutanasia e testamento biologico, a difesa della legge 194 o di contrasto alla legge 40. Invece dovrebbe essere chiaro come i diritti civili e la libertà di scelta individuale abbiano sempre una doppia valenza: chi si batte per il diritto a non avere figli, lo fa anche per quello ad averli; scegliere di morire senza più soffrire è speculare a scegliere di vivere, al meglio e senza barriere. Ad “Avvenire”, che mostra il coraggio del dialogo dando conto delle iniziative di una associazione che ha per motto “Vivere liberi, fino alla fine”, bisognerebbe ribattere che vivere e non vivere sono sulla stessa medaglia. Ma ci vorrebbe un giornale laico…

© Paolo Izzo

Iniezioni di capitale umano

imageDa un lato, nel carcere di Chieti, da quasi 50 giorni è detenuto Fabrizio Pellegrini, malato di fibromialgia, condannato per aver coltivato la cannabis che gli serve per la sua cura, ma che non poteva permettersi di acquistare attraverso il Ssn: per la scarcerazione di Fabrizio, incompatibile con il regime detentivo, da giorni e in tutta Italia è in corso una staffetta di digiuno collettivo dei soliti e unici Radicali. Dall’altro lato, Rita Bernardini, ancora una volta con una azione di disobbedienza civile, coltiva marijuana sul suo terrazzo ma non viene arrestata, perché si sa quali diavolerie nonviolente una Radicale, cotanta Radicale, si inventerebbe da dentro un carcere. Mi rivolgo a voi che avete già pubblicato una mia lettera in merito, per chiedervi uno sforzo in più: espandendosi proprio come il nostro satyagraha collettivo, queste storie dovrebbero valicare i confini della rubrica di posta. Sarebbero vere iniezioni di “capitale umano” nel dibattito sulla legalizzazione della cannabis, che rischia di essere solo una ridda di emendamenti, votazioni, sondaggi e statistiche, quando dovrebbe rappresentare, invece, una battaglia di civiltà.

© Paolo Izzo

Radicali e irrazionali

pannellaCome se non bastasse che Marco Pannella se ne è andato, lasciandoli orfani di analisi, sintesi e visione; come se non bastasse l’ostracismo sistematico da parte dei media e di una politica che al più ne sfrutta le idee e la storia senza citare la fonte; come se non bastassero le divisioni interne che li stanno atomizzando, trasformando la loro galassia in una nebulosa; come se tutto ciò non fosse già sufficiente a farli scomparire, ci si mette anche la mutazione linguistica che ormai connota la parola “radicale”, che sia sostantivo o aggettivo, di una accezione negativa. Ormai è più facile trovare questo termine quando si parla di guerra, di terrorismo, di scontri violenti e sì, magari i Radicali spuntano sui giornali quando appunto litigano. Un destino simile a quello della parola “irrazionale”, che oggi rimanda alla pazzia, al raptus, alla incapacità della convivenza civile, quando invece dovrebbe essere legata all’inconscio, al sogno, alla fantasia. Ecco, forse soltanto i Radicali, ritrovando, ricreando, la loro dimensione irrazionale e abbandonando calcolo e tatticismi, potrebbero ribaltare una deriva umana, prima ancora che lessicale. Radicalmente.

© Paolo Izzo

«Flagranza criminale»

pannellaMolti di noi vorrebbero vivere in uno Stato che sia il primo a rispettare le regole che si è dato, che sia cioè esemplare. Uno Stato efficiente, trasparente, che non ruba e che non imbroglia, rassicurerebbe quei tanti cittadini che confidano nel vivere civile. Tuttavia l’utopia si sgretola quando ci troviamo di fronte a istituzioni che negano diritti fondamentali, restano indifferenti alle aberrazioni o, peggio ancora, vi partecipano come mandanti o complici. In questo caso, però, avviene anche un fatto bizzarro: la moltitudine “civile” di cui sopra si riduce. E rimangono in pochi a pensare che un carcerato abbia gli stessi diritti di chiunque, un immigrato abbia il diritto di non annegare o un malato terminale voglia finire i suoi giorni sofferenti. E quindi uno Stato «tecnicamente criminale», persino in «flagranza di reato» – espressioni usate da Marco Pannella con ossessione sfiancante ma necessaria – che una Corte sovranazionale addirittura condanna per tortura e violazione dei diritti umani, paradossalmente riconquista a sé le truppe di cittadini “disturbati” che pochissimi, con la loro richiesta di diritti, possano causare il ritardo del proprio bus o del caffè al bar sotto casa.

© Paolo Izzo, Radicale – Roma

#Ostiexit

ostia3Come una spada di Damocle, pende sulla testa degli stabilimenti balneari italiani una imminente sentenza della Corte di giustizia europea, che molto probabilmente dichiarerà l’incompatibilità della nostra Legge n. 221 del 2012 (nella parte che prorogava la scadenza delle concessioni balneari al 31.12.2020) con l’art. 12 della direttiva Bolkestein. In alcune Regioni, come per esempio la Toscana, si tenta furbescamente di aggirare l’applicazione della direttiva europea con leggi regionali ad hoc, anche se dovrebbe essere lo Stato – come da Costituzione – ad avere competenza esclusiva sulla tutela dell’ambiente e della concorrenza. Emblematico continua a essere il caso del litorale romano, dove una serie di sequestri e dissequestri di stabilimenti sta caratterizzando la stagione di cittadini e di turisti, ma dove il mare resta inaccessibile. Da tempo si va denunciando la particolare condizione del X Municipio della Capitale, già commissariato per mafia e a tutt’oggi delimitato da un duplice lungomuro, di cemento e di illegalità. A meno che Ostia non voglia uscire dall’Unione europea come la Gran Bretagna, da chi dobbiamo aspettarci, oggi, la soluzione di quella anomalia che scotta come la sabbia demaniale che non possiamo calpestare?

© Paolo Izzo, Radicale – Roma

La droga (in)giusta

rita-bernardini-cannabisIl settimo libro bianco sulle droghe diffuso dalla associazione Antigone ci informa che nel 2015 un detenuto su quattro «è entrato in carcere perché condannato o accusato di produrre, vendere o detenere droghe proibite». E già soltanto da questo dato si può intuire quanto la pdl sulla legalizzazione della cannabis, in discussione alla Camera dal prossimo 25 luglio, potrebbe fare bene anche alla grave situazione carceraria e giudiziaria del nostro Paese. Si aggiunga che troppo spesso le reclusioni connesse all’uso delle droghe sono di fatto ingiuste o sproporzionate: in Abruzzo, per fare un esempio, c’è un uomo malato e povero, Fabrizio Pellegrini, che non potendo accedere per problemi economici alla cannabis terapeutica, se la è coltivata da solo e perciò è stato condannato e incarcerato a più riprese; un altro uomo, Andrea Trisciuoglio, anch’egli malato, gli ha fatto arrivare dalla Puglia il suo sostegno, inaugurando lo “sciopero della cannabis”, che pure gli servirebbe per alleviare le proprie sofferenze. Personalmente trovo insostenibile che a tutt’oggi siano soltanto pochi Radicali a segnalare continuamente l’aspetto umano, oltre che giuridico e statistico, delle vicende legate agli stupefacenti e i danni che decenni di proibizionismo stanno causando.

© Paolo Izzo

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Lettere Eretiche a Firenze

Pres Firenze 3

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