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«Non lasciate che i pargoli vadano a loro»

Father-Georg-Ratzinger-Cardinal-Joseph-Ratzinger“Liberaci dai preti” e “Sadici in abito talare“ sono soltanto due dei titoli, impensabili sulla nostra stampa, con cui autorevoli quotidiani tedeschi hanno commentato le orribili notizie giunte dal Duomo di Ratisbona, in particolare dal suo Coro di voci bianche. Un dossier ha rivelato che 547 atti di violenza corporale e 67 di molestie sessuali sarebbero stati perpetrati per decenni da 49 “educatori” su bambini di età compresa tra i 6 e gli 11 anni, che facevano parte di quel Coro, sotto la supervisione trentennale di Georg Ratzinger, fratello del papa “emerito” della Chiesa cattolica Benedetto XVI. Tutti i reati ovviamente sono prescritti, ma sarebbe questa l’occasione almeno per rispolverare il sottotitolo di un importante saggio del 2010 a firma di Federico Tulli, “Chiesa e pedofilia” (L’Asino d’oro edizioni), che recitava: ‘Non lasciate che i pargoli vadano a loro’. In quel libro, il mai abbastanza compianto Massimo Fagioli rispondeva così a una domanda dell’autore: «…si arrogano il diritto di essere gli educatori dei bambini, gli insegnanti della morale. Dovremmo affidare a loro i bambini? A persone che si autoproclamano educatori, quando in realtà sono dei delinquenti che violentano e ammazzano? Non è una storia di ora, ma una storia di duemila anni». Ecco, davvero dovremmo consegnare a costoro i nostri figli?

© Paolo Izzo, Radicale – Roma

Aiutiamoli a casa loro (reloaded)

siriaL’ho già scritto esattamente due anni fa, ma oggi che il fenomeno sta assumendo dimensioni preoccupanti, si allarga anche la cerchia dei destinatari di questa mia proposta. Organizziamo un corridoio umanitario, ben difeso dai possibili attacchi di chi osteggia la loro integrazione; riempiamo di beni di prima necessità un container che poi potrà essere utilizzato anche come abitazione aggiuntiva; mettiamoci capi di abbigliamento consoni alle diverse stagioni, un linguaggio che ci avvicini e che sia reciprocamente comprensibile, ma anche un dizionario della nostra lingua madre e qualche libro di Storia, perché possano ricordare meglio il senso di certe parole; condiamo il tutto con massicce dosi di democrazia, di libertà, di diritti umani, di articoli della nostra Costituzione e di semplice umanità umana. Prepariamo tutto questo con calma, ma con urgenza, poi partiamo e andiamo ad aiutare i razzisti a casa loro.

© Paolo Izzo, Radicale – Roma

(l’immagine è tratta da euronews.com)

Il femminicidio religioso di Ipazia

ipazia2Aprendo un giornale a caso è facile imbattersi nel santo del giorno che, se non direttamente in prima pagina accanto alla data, si trova con le previsioni meteo o le estrazioni del lotto. Oggi 27 giugno i cattolici festeggiano san Cirillo di Alessandria, colui che fu vescovo quando i suoi integralisti sostenitori, detti “parabolani”, squartarono con dei cocci la matematica e filosofa Ipazia, le cavarono gli occhi mentre era ancora viva e infine ne bruciarono i resti. Il tutto davanti a una chiesa e in pieno periodo di quaresima… Correva l’anno 415, ma ricordare oggi Ipazia, insieme al “santo” che permise alla propria milizia privata la sua barbara esecuzione, sarebbe importante; specialmente in tempi in cui si alternano notizie di uccisioni di matrice religiosa e di femminicidi: nella vicenda di Ipazia di Alessandria ci sono entrambi gli orrendi delitti. La filosofa venne uccisa in quanto scienziata – e dunque eretica – ma soprattutto in quanto donna: da fare a pezzi, bruciare, annullare, cancellare dal mondo degli uomini e, se possibile, anche dalla memoria della storia. Perché le donne, lo diceva un altro santo di nome Paolo, devono stare in silenzio. Cioè: non esistere.

© Paolo Izzo

Paradosso di morte

carcereSe ogni settimana un radicale, come ha fatto Marco Cappato, accompagnasse in Svizzera un malato grave che ha deciso di interrompere le proprie sofferenze, il fatto scandalizzerebbe numerose persone e farebbe presto notizia. Se, come invece accade, mediamente ogni settimana un detenuto decide di suicidarsi in carcere, può farlo senza destare troppo scalpore, tranne appunto tra le file (rade) dei Radicali. I quali denunciano, avanzano proposte di riforma e arrivano persino a digiunare per settimane, come Rita Bernardini, in nome di una giustizia giusta anche nei confronti dei peggiori criminali e di una carcerazione che rispetti le regole dettate dalla nostra Costituzione. Dunque è uno strano Paese, il nostro, dove si fa così tanta fatica a varare una legge sull’eutanasia, ma non si mostra alcun interesse o sentimento nei confronti di un disgraziato che si uccide in cella: dall’inizio di quest’anno sono stati già ventitré i reclusi suicidi; un migliaio dall’inizio del nuovo millennio. Non importa quasi a nessuno e non ci si rende neanche conto di un paradosso assurdo, quanto incivile. I detenuti sono privati di molte libertà, tranne una, che non viene prevenuta né sufficientemente ostacolata: quella di togliersi la vita.

© Paolo Izzo

Stato di diritto o Stato mafioso?

Cassazione-Esterno-2-ImcHa scatenato un putiferio la sentenza con cui la Cassazione respinge la decisione di non concedere a Riina gli arresti domiciliari, presa dai giudici del Tribunale di sorveglianza di Bologna, che a loro volta rispondevano al legale del mafioso, oggi 86enne e da 24 anni in regime di 41bis, che ne chiedeva la scarcerazione perché malato e prossimo alla morte. Tuttavia, l’orrore che in tanti hanno provato nell’immaginare il feroce criminale morire a casa sua e non in carcere, è anche il risultato di come è stata data la notizia, forse per sciatteria o per voluta disinformazione. Massimo Bordin è tra i pochi che, dai microfoni di Radio Radicale e sul Foglio, ha precisato come stiano veramente le cose: «La Cassazione ha annullato la decisione ma – ecco il punto – rinviandola ai giudici bolognesi per “difetto di motivazione”. Vuol dire che dovranno scriverla meglio. La Cassazione spiega che la pericolosità da sola non basta come argomento, scrive che esiste per tutti, anche per i peggiori dunque, il “diritto a una morte dignitosa”». A margine della vicenda, vorrei aggiungere la mia modesta opinione: la Cassazione ci aiuta a pensare che l’alternativa è tra uno Stato che tortura, che grida vendetta e che arriva a uccidere senza pietà e uno Stato di diritto. In parole povere: o siamo come i peggiori criminali o siamo diversi.

© Paolo Izzo

Sono i tempi della “postitica”

socialbLa sempre crescente diffusione e l’uso smodato dei social network ci hanno ormai abituati alla frenesia di comunicare la propria opinione, su qualsivoglia argomento, da cui in pochi sembrano essere immuni. Pur di dire qualcosa e pur di dirlo con la massima urgenza, gli internauti popolano la rete con dichiarazioni spesso sgrammaticate, mancanti ovvero ridondanti di punteggiatura e di maiuscole, che a loro volta possono generare sequele di commenti altrettanto frettolosi e scomposti, accompagnati da faccine che sintetizzano ancor più velocemente gli stati d’animo. Qualcuno, dopo quell’impulso irresistibile, torna sui suoi passi, modifica il tono o il testo del suo messaggio, magari lo cancella o chiede scusa. Apparentemente senza conseguenze effettive né reale dibattito, perché siamo tutti già pronti per il prossimo annuncio perentorio. Ciò che crea il maggiore imbarazzo, quasi intestinale, è quando quel morbo autoimmune contagia la politica, che diventa perciò “postitica”, diffondendo il virus in tutti i media, oramai ghiotti di post e tweet che sembrano scritti da adolescenti in preda a sconquassi ormonali e invece recano la firma di qualche senatore o deputato della nostra repubblica.

© Paolo Izzo

Senologia

Recentemente, un gruppo di femministe mantovane se l’è presa con una azienda di intimo, coprendo le “vergogne” raffigurate nei suoi poster con piccoli manifesti (abusivi) recanti la scritta “Anche questa è violenza”. A voler scervellarsi su cos’altro dovrebbe contenere un reggiseno, se non un seno femminile, e su come pubblicizzarlo, se non con una modella che lo indossa, si rischia comunque di finire nella nutrita schiera di accidiosi voyeur che sicuramente sanno di cosa si sta parlando. Tuttavia, alle ideatrici di quella rinnovata, quanto anacronistica “foglia di fico”, una cosa, pacificamente, va detta: se una modella decide di mostrare a tutti una parte del suo seno e della sua bellezza, di sicuro ben remunerata per farlo, non c’entra niente con la violenza. Si chiama, invece, libertà di scelta o di espressione. E francamente, visto che siamo in tema, vedo più violenza nel grave ritardo nella costituzione delle “breast unit”, previste dalla legge per la prevenzione e la cura del tumore al seno. Se le suddette femministe, i dirigenti della nota azienda di intimo e persino la seducente modella in questione si dedicassero anche a queste iniziative in favore della salute femminile, forse le donne potrebbero tornare ad andare d’accordo.

© Paolo Izzo