Skip to content

Mimose nei cannoni

vietatoSe fossi donna, potrebbe succedermi di affrontare, anche una sola volta nella vita, l’esperienza di una gravidanza indesiderata. Se fossi donna e decidessi di abortire, mi arriverebbero i giudizi o gli insulti di una banda di uomini vestiti di tonache ora nere, ora bianche, ora viola, che per voto non si “accompagnano con donne” e che per genere non possono affrontare una gravidanza, né una sua interruzione. Troppo spesso incontrerei persone in camice bianco, coscienziosamente genuflesse a quegli altri, che mi negano la contraccezione di emergenza o l’aborto farmacologico e che si oppongono alla mia scelta, impedendola. Se fossi donna, mi rivolgerei preventivamente a un avvocato per querelare chi mi diffama, accusandomi di omicidio, soltanto perché voglio decidere della mia vita con consapevolezza e osservando la legge del Paese in cui vivo. E denuncerei sia chi, da un altro Stato, si permette un’aggressione simile, sia chi, nel mio Stato, si permette di prevaricare, ledendo il diritto di essere donna: liberamente. Combattere perché questa guerra alle donne finisca, non solo per un giorno ma per sempre, posso farlo anche da uomo.

Paolo Izzo, Radicale

Medico specialista cercasi

san-camilloIl ricorso massiccio alla obiezione di coscienza dei ginecologi italiani (70%) e degli altri medici coinvolti in una interruzione di gravidanza, continua a mettere a rischio il rispetto della Legge n. 194/78 e, soprattutto, la salute femminile. Additate come assassine da porporati sterili per contratto e da sempre oggetto di paternalismi istituzionalizzati anche violenti, le donne che vogliono o devono abortire in Italia negli ospedali pubblici non trovano un aiuto, ma l’ultimo ostacolo. Se si aggiungono le difficoltà di poter ricorrere alla contraccezione di emergenza o all’aborto farmacologico, è lecito immaginare che si stia tornando a quella pericolosa clandestinità che con la 194 si voleva arginare. Perciò la decisione della Regione Lazio e dell’ospedale romano San Camillo di assumere due ginecologi non obiettori diventa non solo necessaria, ma anche esemplare per le altre strutture sanitarie. Del resto, i troppi obiettori di coscienza hanno sicuramente raggiunto un risultato: l’interruzione di gravidanza, grazie a loro, è diventata una specializzazione medica, tanto rara quanto importante per “curare” i diritti e la salute delle donne.

© Paolo Izzo, Radicale – Roma

 

Il mare non bagna Roma

ostia1Potremmo essere l’unico Paese europeo, insieme alla Grecia, la cui Capitale si affaccia direttamente sul Mediterraneo. Addirittura l’unico, se si considera che fra Atene e il mare c’è il Pireo, che è giurisdizione a sé stante. Tuttavia le spiagge di Ostia, X Municipio di Roma, sono ancora di fatto “privatizzate” dai concessionari balneari, sempre gli stessi. I quali, con la complicità decennale della politica locale e nazionale, hanno rovesciato completamente l’interpretazione del ruolo acquisito a suo tempo e, perciò, sono semmai loro a “concederci” di accedere al mare, previo pagamento del dazio di un biglietto d’ingresso alla pubblica battigia. Impenetrabili alla legalità come le favelas brasiliane, gli stabilimenti di Ostia continuano a essere gestiti senza nuove gare pubbliche dagli stessi proprietari del mare, nonostante il X Municipio sia commissariato per mafia e nonostante la Corte di giustizia europea abbia da poco sentenziato che la proroga al 2020 delle concessioni è incompatibile con la direttiva Bolkestein. E così, tra poco, noi tutti cittadini italiani, oltre alla gabella per vedere il nostro mare, pagheremo una sanzione (europea) perché ci hanno impedito di vederlo.

© Paolo Izzo, Radicale – Roma

(nell’immagine il titolo del docufilm inedito di Emanuele Luca)

La nonviolenza non fa notizia

greciaSulla stampa nostrana non ha trovato alcun rilievo la notizia che i migranti possono anche scegliere come morire: tra le onde del mare, per le ondate di gelo o suicidandosi. È successo, per esempio, negli hotspot di accoglienza – l’ossimoro è dovuto – delle isole greche, dove le condizioni di vita sono un po’ peggiori che nei nostri Cie. Sempre dalla vicina cugina europea arriverebbe pure la notizia che alcuni dei migranti sopravvissuti, al posto di incendiare i luoghi che li ospitano o di cucirsi macabramente la bocca soltanto per fare notizia, inscenano invece dei silenziosi scioperi della fame. Ma da noi nemmeno questo è dato sapere, tanto che dei digiuni di migranti in Grecia (come di morti di freddo e suicidi) ha parlato solo Carlotta Ludovica Passerini sul sito thesubmarine.it. In effetti il digiuno o la nonviolenza che notizie sarebbero? Perché mai i media, tanto per tornare a casa nostra, avrebbero dovuto parlare dello sciopero della fame di oltre 20.000 detenuti che ha accompagnato la marcia radicale per l’amnistia del 6 novembre scorso? La nonviolenza non fa notizia. Se gli ultimi o i penultimi della società vogliono dire la loro, hanno soltanto una strada: morire. E possono persino scegliere come.

© Paolo Izzo

(l’immagine è tratta da wereporter.it)

La lotta contro il tempo

faboliberoI sedicenti paladini della vita specificano sempre di voler difenderla dal concepimento alla sua fine naturale, ma si concentrano soprattutto su questi due estremi, sorvolando su quanto c’è in mezzo, cioè noi esseri umani. Dall’inizio, quello vero, della nascita, alla fine, che non sempre è “naturale”, il nostro avversario più frequente – insieme a codesti pre-life e post-life – è il tempo che, inesorabilmente, fugge. In un frattempo reale e terreno, può succedere che per avere un figlio tentiamo le nuove strade che la scienza ci offre, poiché la fecondazione dio-assistita è capitata una sola volta in duemila anni; oppure può succederci di morire, ma di essere tenuti in “vita” contro la nostra volontà da chi brandisce come un’arma la medesima scienza che vorrebbe ostacolare quando essa può far nascere. Il tempo intanto passa, si diceva: come quello di un Parlamento che sta per scadere, forse non riuscendo ad approvare – finalmente – una legge sul testamento biologico. E noi qui, ancora a lottare per essere liberi, almeno di scegliere.

© Paolo Izzo, Radicale

“Giardini Pannella” a Milano: chi risponde al Consiglio comunale?

LAUREA HONORIS CAUSA A MARCO PANPiù di 4 mesi fa il Consiglio comunale di Milano fu chiamato a votare una mozione a prima firma Elena Buscemi (PD): la Vicepresidente del Consiglio, con un’accorata relazione, chiedeva per il nome di Marco Pannella una deroga alla norma che impedisce di intitolare luoghi pubblici a personalità scomparse da meno di 10 anni, indicando nei giardini di piazza Aquileia, confinanti con il carcere di San Vittore, il posto giusto per ricordare il leader radicale. Già la Comunità ebraica di Milano si era espressa a favore dei “Giardini Pannella”, poiché simbolicamente quel luogo mette in contatto (anche vocale) i carcerati che stanno dentro con i familiari e gli altri che stanno fuori.
Ebbene, il Consiglio comunale votò alla quasi unanimità (solo tre astenuti, nessun contrario) la mozione e quindi la richiesta di deroga. Ma da allora non se ne parla né in Consiglio, né in Giunta e nemmeno dal Sindaco Beppe Sala è arrivata una risposta all’Aula. Per questo motivo un manipolo di Radicali (e non), a partire da noi della associazione “Myriam Cazzavillan”, ha scritto a Sala annunciando che l’attesa di un responso ufficiale da parte dell’Amministrazione sarebbe stata scandita da un digiuno a staffetta e a oltranza. Anche se il nostro solo annuncio ha smosso abbozzi ufficiosi di risposta (negativa), ci pare, tuttavia, che il Consiglio comunale sia rimasto e rimanga a tutt’oggi delegittimato e, proprio come un Radicale qualunque, inascoltato.

Paolo Izzo, scrittore – Roma
Gianni Rubagotti, Segretario “Myriam Cazzavillan” – Milano

Immagine

Lettere Eretiche domani a Napoli

locandina-napoli-2017