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Caro babbo natale

forziereQuest’anno, nella mia letterina a babbo natale, tornerò a chiedere che venga sanato il debito nei confronti del fisco italiano contratto negli anni dai cosiddetti “alberghi religiosi”, che per le feste incasseranno pure considerevoli somme. In virtù della promiscuità abitativo-confessionale, molti di essi infatti continuano a non pagare Imu, Tasi, Tarsi (e talvolta neanche Ires), con una evasione che nella sola Capitale è stimata in venti milioni di euro e con ingenti danni al nostro erario, come puntualmente ha rilevato la Corte dei conti negli anni passati. Basterebbe che Papa Bergoglio, come gli scrivo da tempo, emanasse un “motu proprio” per obbligare le strutture di proprietà del Vaticano a pagare le tasse italiane, proprio come fanno o dovrebbero fare gli albergatori autoctoni. A tal uopo, nelle casse d’Oltretevere, dai Patti Lateranensi del 1929 a oggi, dovrebbe essersi accumulato un tesoro non indifferente, visto che l’esborso annuo del nostro Stato verso l’enclave vaticana attualmente supera i sei miliardi di euro. Se daranno a Cesare quel che è di Cesare, non dovrebbero rimanere così poveri con quel che sarebbe di Dio.

© Paolo Izzo, Radicale – Roma

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Poveri di diritti

povero-ricco-imu1Forse stiamo subendo una delle campagne elettorali più lunghe della storia, per di più in un clima di crescente disaffezione al voto, dove i consueti giochi di alleanze e scontri, di proclami e promesse – perché di giochi si tratta – ci appaiono ancor più come una (finta) guerra dei ricchi: ricchi di denaro e di potere che si contendono denaro e potere. Ogni tanto, come per gentile concessione, da quella pasciuta cricca arriva un contentino per il popolo, che sia qualche spicciolo in più in busta paga o la prospettiva di un nuovo sacrosanto diritto, come la possibilità di disporre liberamente della fine della propria vita. Per cui, quando e se sarà, piuttosto che a costoro, dovremo dire grazie a Coscioni, Welby, Englaro, Antoniani e a quanti si sono battuti con le loro vite e le loro morti, di solito sostenuti dai soli radicali. Ma ecco che dai palazzi del potere arriva subito il conto da pagare: se si fa la legge sul biotestamento, ci dicono, non si riuscirà a fare quella sul cosiddetto “ius soli” e magari non resterà neanche tempo per attuare quella riforma delle carceri che sempre i radicali, e sempre fuori dal palazzo, sostengono. Immigrati e detenuti, cioè, devono ancora aspettare e intanto la guerra dei ricchi, per inerzia, avrà generato l’ennesima guerra tra poveri.

© Paolo Izzo
(La vignetta è di Mauro Biani)

 

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La partita della politica senza i Radicali

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L’eredità di un silenzio

pannella bavaglioNon mi stupirò affatto (e ve lo scrivo anche per essere smentito) se sui giornali di domani non leggerò dettagliati articoli sull’esito dell’incontro di stasera del ministro della giustizia con Rita Bernardini e Deborah Cianfanelli, della presidenza del Partito Radicale. Un silenzio stampa pressoché tombale ha già accompagnato il coraggioso digiuno che le due Radicali doc hanno portato avanti per un mese intero, proprio per “dialogare” con Andrea Orlando e affinché il Governo finalmente emani i decreti attuativi che il ministro stesso ha predisposto per la riforma del sistema penitenziario. I cronisti politici e giudiziari, in effetti, devono essere troppo impegnati con la miriade di personaggetti e partitelli – che danno tanto lavoro ai primi quanto ai secondi – perché si trovi anche un piccolo spazio per il prosieguo delle battaglie che furono del compianto Marco Pannella. Così, il silenziamento delle sue iniziative nonviolente su carceri, giustizia e Stato di diritto, appare tristemente come l’unica eredità che il leader radicale abbia lasciato al Partito da lui fondato e che, se non raggiunge i 3000 iscritti entro la fine di quest’anno, rischia persino di chiudere. Lasciandoci tutti un po’ orfani, vieppiù per la seconda volta.

© Paolo Izzo

Di chi è il mare di Roma?

ostia3Non mi risulta che i 9 candidati alla presidenza del municipio di Ostia abbiano veramente affrontato la questione delle concessioni balneari in campagna elettorale. Alcuni hanno annunciato che occorre abbattere il “lungomuro”, ma nessuno ha sottolineato che quel muro impedisce di vedere non solo il mare, ma anche la marea di illegalità che ha invaso le spiagge di Roma negli ultimi trent’anni. Lo sapeva bene Marco Pannella, quando nel 1992 fu eletto minisindaco di Ostia e, nei soli 100 giorni che decise di ricoprire quell’incarico, cominciò una vera rivoluzione sul litorale romano: quando ottenne l’intervento del genio militare, perché altrimenti non si sarebbe riusciti a far abbattere le strutture abusive che già si costruivano all’epoca, Pannella aveva intuito che la situazione sarebbe degenerata. Oggi, dopo un quarto di secolo, quella intuizione è una concreta realtà e l’ondata di legalità che Marco portò fino al mare ci manca ancor di più. A Ostia vivono 240.000 persone e ciò ne farebbe – per numero di abitanti – la tredicesima città italiana. Chiunque sarà chiamato ad amministrarla, anche se niente lascia pensare che i candidati lo abbiano capito o che non abbiano invece interesse a che nulla cambi, non dovrebbe lasciare che siano soltanto i pochi “padroni delle spiagge” a vedere e gestire il mare di Roma.

© Paolo Izzo, Radicale
(La foto è di Luigi Stanziani)

Belli e bravi, con la pelle degli altri

tam3Apparentemente dalla legge di stabilità arriva una buona notizia per i giovani immigrati in Italia: basterà che abbiano fatto un anno di scuola nel Belpaese e potranno tesserarsi e giocare in tutte le federazioni sportive e in ogni categoria e disciplina. A un soddisfatto ministro per lo sport Luca Lotti, che ha voluto la norma dopo il recente caso della squadra “Tam Tam” di Castel Volturno, si potrebbe rispondere che gli piace vincere facile, visto che – come insegna il calcio – gli stranieri sembrano avere una marcia in più rispetto a buona parte dei nostri giocatori. Invece ne approfitterei per ricordare ai ministri e parlamentari che non riescono a varare uno straccio di legge sulla cittadinanza, che gli extracomunitari, oltre che nel dribbling, sono anche degli ottimi ballerini (“ce l’hanno nel sangue!”) e sanno raccogliere frutta e ortaggi olimpicamente; sono campioni nel rendere luccicanti auto e motorini, nonché i fondoschiena dei nostri sempre crescenti vecchietti da assistere; possono lavorare senza sosta in case, cucine, negozi di alimentari o distributori di benzina e battono ogni record a sgobbare nei cantieri edilizi. Ci vorrebbe un bello e bravo “ius culturae” a macchia di leopardo, soltanto in quei settori dove gli immigrati ci siano veramente utili per farci, appunto, belli e bravi. Sulla loro pelle.

© Paolo Izzo
(foto del “Tam tam Basketball” di Castel Volturno da Avvenire.it)

Quanto è lontana la Somalia

mogasdiscio
Una mattina, alla radio, sento in coda a un notiziario che si “aggrava il bilancio delle vittime dell’attentato”; torno a casa, rovisto i telegiornali in cerca di dettagli su cosa e dove sia successo, ma – non trovando nulla – penso di essere solo suggestionato dalla sequela di atti terroristici degli ultimi anni. In serata, la notizia ricompare, anche se non tra le più importanti e persino l’indomani sono rari i giornali che le danno dignità da “prima pagina”, tanto che, in voluta controtendenza, Massimo Bordin ne fa l’apertura della rassegna stampa di Radio Radicale. La domanda che traggo dalla mia grottesca rêverie è questa: quasi trecento morti e altrettanti feriti per l’esplosione di due camion bomba a Mogadiscio, sono o non sono un titolo da prima pagina, oltre che una tragedia di una gravità inaudita? Proprio mentre scrivo, mi arriva un’altra notizia, sempre in sordina, e mi sorge un’altra domanda: sembra che per uno dei due camion bomba in Somalia sia stato usato un vecchio mezzo militare italiano e che la procura di Firenze stia indagando sulla esportazione illegale di mezzi dismessi, ma non demilitarizzati, delle nostre forze armate. Forse qualcuno sta studiando nuovi modi per aiutare gli africani a casa loro?

© Paolo Izzo
(foto da Repubblica.it)